Si apre il cantiere per la manovra di bilancio 2024

Servono misure serie in materia di pensioni e di flessibilità in uscità

E’ tempo di rientro al lavoro dopo la ferie estive e, come sempre, l’argomento che suscita maggiore attenzione in questo momento è la prossima manovra di bilancio, la seconda dell’era Meloni, che si annuncia quest’anno particolarmente complessa e complicata, e questo alla luce delle limitate disponibilità di bilancio a fronte di impegni, tutti particolarmente onerosi, assunti dal Governo: conferma della riduzione del cuneo fiscale, prima parte della riforma fiscale, rinnovi contrattuali del settore pubblico, etc. etc.

Guardando alle promesse e ai programmi elettorali delle forze di maggioranza, tra gli impegni da inserire in legge di bilancio ci doveva essere anche la riforma delle pensioni, e in particolare l’uscita per tutti, senza alcuna penalizzazione, con 41 anni di contributi, come CSE ed FLP chiedono da anni, il che avrebbe segnato un punto di svolta rispetto alla riforma Fornero del 2011 e l’abbandono del sistema delle quote.

Sappiamo già che non sarà così, e che nel 2024 permarrà, magari anche con qualche ulteriore aggiustamento peggiorativo, il sistema vigente in questo anno 2023, che, rispetto ai requisiti in essere negli anni precedenti, in non pochi casi li ha addirittura inaspriti (pensiamo a “opzione donna”) rendendo così più difficile le uscite dal lavoro attivo, e rinviando ancora una volta una seria riforma delle pensioni.

Nell’ammettere la circostanza, il Governo ha attivato dei tavoli tecnici di confronto con le Parti Sociali: il primo, si è tenuto l’11 luglio u.s. al Ministero del Lavoro, ha avuto come oggetto la previdenza dei giovani, ed è stato, a giudizio quasi unanime delle OO.SS., un appuntamento del tutto infruttuoso in quanto, rispetto alle argomentazioni e alle proposte venute dalle Parti sociali, la Parte pubblica non ha dato alcun contributo e non ha fornito risposte né avanzato ipotesi al riguardo. Il secondo, che si tenuto il 26 luglio u.s., ha avuto come oggetto la flessibilità in uscita, ed è apparso altrettanto infruttuoso e povero di indicazioni e di impegni da parte della Ministra del Lavoro, che si è giustificata dicendo che erano in corso approfondimenti da parte del MEF, e che dunque solo a seguire avrebbe potuto dire qualcosa di più sulle scelte possibili.

Il prossimo incontro tecnico è in calendario per il prossimo 5 settembre. L’argomento fissato originariamente in agenda è quello relativo ad “opzione donna”, ma è di tutta evidenza che il Ministro del Lavoro, a meno di un mese dalla presentazione della NADEF che farà da battistrada alla definizione del DDL Bilancio 2024, non potrà esimersi dal parlare delle possibili scelte in materia di pensioni che entreranno nella prossima legge di bilancio (il quarto e ultimo incontro tecnico è invece in calendario per il 18 settembre p.v., e riguarderà il tema, notoriamente molto caro a CGIL-CISL-UIL, della previdenza complementare).

Vedremo gli sviluppi che avrà la discussione e gli esiti che ne sortiranno, e ne daremo conto a chi ci segue.

Nel frattempo, però, cominciano a delinearsi le scelte possibili in manovra di bilancio sul tema pensioni.

Sembra messa definitivamente da parte l’idea di procedere ad una seria e strutturale riforma del sistema previdenziale, lasciando quindi ancora in vita la tanto vituperata Riforma Fornero (che dunque continuerà ad operare anche nel 2024 con le regole che tutti oramai conosciamo molto bene e subiamo) e le sue due storiche opzioni per uscire senza penalizzazioni dal mondo del lavoro: pensione di vecchiaia a 67 anni e pensione anticipata per la quale serve una anzianità contributiva pari a 42 anni e 10 mesi (41 per le donne), con il primo rateo di pensione a tre mesi dalla maturazione del requisito (c.d. “finestra mobile”).

Come noto, rispetto alle due opzioni Fornero, sulla base della legge di bilancio, in questo anno 2023 sono state rese possibili e praticabili alcune opzioni nuove (“quota 103”, e cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 anni d’età), e inoltre prorogate alcune opzioni in essere negli anni precedenti, in primis “APE social” con la conferma piena dei requisiti previsti e anche “opzione donna”, ma con un forte inasprimento dei requisiti per accedervi: sempre 35 anni di contributi entro il 31.12.2022, ma con 60 anni di età (e non più 59) che si riduce a 58 anni con due figli o per dipendenti/licenziate, e a 59 con 1 figlio, e comunque solo limitatamente a tre categorie: donne inabili al lavoro almeno al 74%; caregiver familiari di conviventi con disabilità o non autosufficienti; lavoratrici in esubero o licenziate da aziende per le quali è aperto un tavolo di crisi. Correttivi, dunque, tutti peggiorativi, che hanno limitato ulteriormente l’accesso a opzione donna, già reso molto complicato dal ricalcolo totalmente contributivo dell’assegno pensionistico: a luglio 2023, sono state liquidate solo 7.536 domande rispetto alle 23.812 del 2022 e alle 20.681 del 2021.

E, dai rumors circolati in questi giorni, sembrerebbe che nel 2024 debba arrivare il colpo di grazia per “opzione donna”, che rischia di essere cancellata definitivamente ed essere inglobata in APE social (“APE rosa”).

Ai fini delle scelte complessive in materia di pensioni per il 2024, altri rumors accreditano come opzioni possibili da parte del Governo la riconferma di “quota 103” (uscita anticipata senza penalizzazioni in presenza di 41 anni di servizio e 62 anni di età), quella di APE social (con la riconferma dei requisiti 2023 e la novità di “Ape rosa”) e quella della riconferma delle pensioni minime a 600 € per gli over 75, come nell’anno in corso, ma senza ulteriori aumenti nel 2024 in funzione delle promesse elettorali che parlavano di 1000 euro mensili per le pensioni minime. E, non troverebbe spazio, allo stato dell’arte, neppure l’idea che qualcuno ha avanzato, e tra questi anche noi di CSE ed FLP, di rivedere quel meccanismo, varato con la legge di bilancio 2023, che ha ridotto sensibilmente, per le pensioni superiori a 4 volte il minimo che hanno continuato a godere di una indicizzazione al 100%, la percentuale di rivalutazione delle pensioni in base alla variazione percentuale degli indici dei prezzi al consumo, fissata dal MEF nel 2022 al 7,3%.

Un meccanismo perverso, che ha sottratto risorse importanti a pensionate e pensionati, erodendo sensibilmente il loro potere di acquisto, a partire innanzitutto dalle pensioni più basse (sopra 2.100 € lordi).

Comprendiamo bene che la coperta è purtroppo molto corta, a fronte delle scelte che servirebbero al Paese. Solo per la conferma del taglio del cuneo fiscale per quasi 14 milioni di lavoratori dipendenti servono 9 miliardi, ma in effetti ne occorrono di più per evitare lo scalino derivante dall’applicazione dello sconto medio 2023 che produrranno buste paga a gennaio 2024 più basse, e da qui l’idea di una mini riforma fiscale per “far cassa”. Ma servono anche altre risorse: minimo 9 miliardi per aprire la stagione dei rinnovi contrattuali 2022-24 del P.I.; miliardi per misure in materia di welfare e di sgravi per famiglie/imprese; etc.

Ma proprio perché la coperta è molto corta, servirebbero scelte molto precise e orientate socialmente in un momento di grande difficoltà, evitando in ogni modo mance, mancette e regalie ai soliti noti (pensiamo alla flat tax al 15% per autonomi e professionisti con redditi fino a 85mila € come fatto nel 2023). Che, in un tal contesto, i pensionati fungano da cassa per sostenere scelte di questo tipo, non va proprio!

Ieri, prima riunione post ferie del Consiglio dei Ministri, che ha avviato di fatto il percorso per la manovra di bilancio 2024, all’interno del quale i “rumors” qui richiamati hanno trovato purtroppo conferma, a partire dalla scelta di abbandonare ogni velleità su “quota 41” e di continuare a far cassa con le pensioni. Vedremo!


COORDINAMENTO NAZIONALE CSE FLP PENSIONATI

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